lunedì 7 dicembre 2009

Minchiate

Sommario della puntata:
Presidente, e le stragi di mafia?
Spatuzza: l'ultimo tassello di un mosaico già iniziato
Quando Berlusconi e Dell'Utri incontravano il capo di Cosa Nostra
Gli interessi convergenti di Bontate e Berlusconi

Testo:
Buongiorno a tutti. Tra un paio di giorni è l’anniversario della strage di Piazza Fontana (1969), siamo a 40 anni. Il Presidente Napolitano giustamente ha detto che la strage di Piazza Fontana ci consegna una lezione che non dobbiamo mai dimenticare: ci insegna che dobbiamo evitare che in Italia i contrasti e le legittime divergenze possano sfociare in tensioni tali da minacciare la vita civile e aggiunge che ci sono ancora dei punti oscuri sulla strage di Piazza Fontana di 40 anni fa. E’ sottinteso, mi pare, che bisogni indagare e illuminare quei punti oscuri che caratterizzano quasi tutte le stragi politico /terroristiche e politico /mafiose, ci sarebbero anche stragi più recenti sulle quali non solo ci sono molti punti oscuri, ma c’è, in questi giorni e in questi mesi, la possibilità di illuminarli e sono le stragi di mafia del 1992/1993.

Presidente, e le stragi di mafia?

Penso che sia una fortuna che nuovi personaggi che furono direttamente o indirettamente protagonisti di quella stagione la stiano raccontando: da Ciancimino Junior a Spatuzza e invece, a parte credo Gianfranco Fini, a nessuno è venuto in mente di dire che è cosa buona e giusta, che è un momento di grande ottimismo quello nel quale nuove voci si aggiungono a racconti parziali e, in certi casi, nebulosi su quelle stragi. Mi piacerebbe - speriamo - che il Presidente della Repubblica si ricordasse che sta venendo fuori parecchia roba nuova sulle stragi del 92 /93 e che bisogna continuare a indagare, cercando di verificare se i racconti di Ciancimino, di Spatuzza e di altri sono attendibili o meno, ma in ogni caso dobbiamo essere felici che si aprano nuovi squarci nel muro di gomma, nella cortina di gomma che ha avvolto quei fatti. Mi pare che invece la classe politica sia letteralmente terrorizzata dall’emergere di nuovi particolari che possono aiutarci a fare quel salto di qualità, cioè a raggiungere, finalmente, i nomi e i volti di quei mandanti a volto coperto che tutti sappiamo esserci e che le sentenze dicono esserci e che non sono ancora stati individuati, assicurati alla giustizia e puniti. Non solo c’è disinteresse, ma c’è addirittura un interesse convergente a che queste nuove voci vengano silenziate e queste nuove bocche vengano ricucite frettolosamente.
Chi di voi ha sentito Giancarlo Caselli ieri sera parlare a “ Che Tempo Che Fa” da Fabio Fazio, ha sentito dire una cosa che, in teoria, sarebbe ovvia, ma che in realtà è quasi rivoluzionaria, ovvero che se è vero che bisogna cercare i riscontri alle parole del pentito Spatuzza, non si può dare per scontato in partenza che Spatuzza menta: bisogna essere laici, non prevenuti né in un senso né nell’altro. Aggiungo io, che non faccio il magistrato e che quindi non sono tenuto alle doverose prudenze di un magistrato, che è molto più probabile che Spatuzza dica la verità, anziché che menta: per quale motivo? Cercherò di spiegarlo oggi, perché intanto Spatuzza è già stato ritenuto attendibile dai magistrati di Caltanissetta, che hanno preso la decisione di rivedere il processo per la strage di Via D’Amelio. Guardate che, quando si rivede un processo che è già arrivato a una sentenza definitiva, passata in giudicato, ossia quando si rimette in discussione una sentenza della Corte di Cassazione beh, significa che gli elementi a disposizione sono notevoli, perché altrimenti un magistrato non rinnegherebbe ciò che ha fatto il suo ufficio, non lo rimetterebbe in discussione; sapete che, per la strage di Via D’Amelio, sono stati condannati dei boss come mandanti diretti e dei killers come esecutori materiali, i quali, almeno non tutti, risulterebbero colpevoli, anche se sono già stati condannati a vari ergastoli per quella strage: perché? Perché Spatuzza ha detto “ quelle cose le ho fatte io e non le hanno fatte altri mafiosi pentiti che se le erano accollate, a cominciare da Scarantino, Scandura e altri”, quindi il problema qui è duplice: capire chi imbeccò quei due pentiti per costringerli addirittura a prendersi la colpa di una strage come quella di Via D’Amelio, che non era la loro, ci viene sempre detto che il pentito cerca di scaricare su altri, ma stiamo parlando di autocalunnia, ci sono persone che si sono accusate di aver fatto una strage che non hanno fatto, chi le ha imbeccate, chi le ha costrette? Perché immagino che soltanto con una costrizione drammatica si possa convincere uno che non ha fatto la strage Borsellino a dire “ sì, Borsellino e gli uomini della scorta li ho ammazzati io” e questo è il primo punto. Il secondo punto è che Spatuzza dice “ quella strage l’ho fatta io e quindi, oltre a aver sciolto un bambino nell’acido e a aver fatto un’altra trentina o quarantina di omicidi, ho fatto pure la strage di Via D’Amelio” e, secondo i magistrati della Procura di Caltanissetta, è vero e conseguentemente la sentenza, nella quale non c’è Spatuzza tra i condannati come esecutori materiali, ma ci sono altri, va rivista, rifacendo il processo con un meccanismo di revisione, per fare condannare Spatuzza e scagionare quelli che non c’entrano. Capite che questo è un poderoso elemento a favore della credibilità di quello che dice Spatuzza, perché quest’ultimo non è soltanto un orecchiante che racconta cose che ha sentito dire su altri, quali Berlusconi, Dell’Utri etc., ma è uno che intanto ti dice “ la strage l’ho fatta io” e di lì parte, non parte da Berlusconi o da Dell’Utri, parte da sé stesso e è su questo sé stesso, è su queste accuse a sé stesso che viene intanto giudicata la sua attendibilità, che non è certamente stata giudicata tale a cuor leggero perché, ripeto, prima di autosmentirsi la magistratura ci pensa due volte, deve avere degli elementi nuovi e veramente robusti. Naturalmente può essere che Spatuzza dica la verità quando accusa sé stesso della strage di Via D’Amelio e che invece menta quando dice certe cose su Berlusconi e su Dell’Utri: perché è più probabile che dica la verità su Berlusconi e su Dell’Utri, anziché che menta su di loro? Per la semplice ragione che Spatuzza non è il primo mafioso pentito a parlare dei rapporti tra la mafia, Berlusconi e Dell’Utri, ce ne sono decine che ne hanno già parlato nel corso degli anni, subito dopo le stragi saltarono fuori dei mafiosi che parlavano dei rapporti con Berlusconi e Dell’Utri, durati proprio fino ai giorni delle stragi. Il primo fu Salvatore Cancemi, che non era uno Spatuzza qualsiasi, non era un killer, era un membro della cupola, era uno dei capi di Cosa Nostra e raccontò che Riina parlava di coperture da parte di persone importanti per le stragi e che quelle persone importanti erano Dell’Utri e Berlusconi e, per quella ragione, insieme a molti altri collaboratori di giustizia che raccontavano trenta anni di rapporti tra il gruppo Berlusconi/ Dell’Utri e la mafia, furono aperte indagini per concorso in strage, furono aperte indagini per mafia, per riciclaggio che poi finirono tutte archiviate non perché si fosse trovata la prova che non era vero, ma perché non si erano trovate abbastanza prove del fatto che fosse vero: non tutto quello che dicono i pentiti può essere riscontrato, visto che sono passati anni rispetto ai fatti che raccontano, ma non è che se una cosa non è riscontrata allora è falsa, una cosa può essere vera ma non essere riscontrata e quindi il giudice non la può utilizzare nel processo; oppure una cosa può essere vera e riscontrata, ma non sufficiente per portare a giudizio una persona sulla base di quelle accuse che sono ritenute troppo friabili. Archiviazione vuole dire proprio questo e i giudici lo scrissero: “ non abbiamo più tempo per indagare, perché sono scaduti i termini dell’indagine preliminare. Arrivati alla fine di quest’indagine non abbiamo elementi sufficienti per portare questi signori a processo”, ma per esempio la Procura di Firenze scrisse che gli elementi a carico nel corso delle indagini avevano aumentato la loro plausibilità, ossia era molto plausibile che quelle accuse fossero vere, stiamo parlando delle stragi del 93, Milano, Roma e Firenze, ma ancora non sufficienti per giustificare un rinvio a giudizio, archiviazione significa “ mettiamo in freezer e vediamo se, nel frattempo, arrivano elementi nuovi, riapriamo l’indagine” e è proprio quello che probabilmente hanno fatto o stanno per fare i magistrati di Firenze e di Milano, che lavorano sulle stragi del 93 e i magistrati di Caltanissetta, che lavorano sulle stragi del 92.

Spatuzza: l'ultimo tassello di un mosaico già iniziato

Spatuzza non è un caso isolato, non è un fulmine a ciel sereno, dice “ oddio, c’è un mafioso che racconta che Berlusconi e Dell’Utri avevano rapporti con la mafia anche nel periodo delle stragi, chi l’avrebbe mai detto?!”, assolutamente no, Spatuzza è l’ultimo francobollino in un mosaico già pieno di tessere riempite, Dell’Utri è stato condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa dal Tribunale di Palermo nel 2004, quando Spatuzza ancora non parlava: segno evidente che c’era già un sacco di roba su Dell’Utri. Spatuzza fornisce altri particolari molto utili, in quanto Spatuzza era il braccio destro dei Graviano, che sono quelli che materialmente si sono occupati della strage di Via D’Amelio e delle stragi del 93 e che, guarda caso, abbandonarono Palermo e si trasferirono in pianta stabile a Milano, dove avevano dei grossi investimenti e, quando leggevano Il Corriere della Sera o, scusate, Il Sole 24 Ore per seguire i listini di borsa, erano molto attenti all’andamento delle azioni del gruppo Berlusconi. E poi va beh, c’è il famoso racconto che è tutto da riscontrare, di Spatuzza che incontra al Bar Doney di Via Veneto i Graviano i quali, alla fine del 93 inizio del 94, gli dicono “ siamo a posto”, “ erano felici”, dice Spatuzza, “ ci siamo messi il Paese nelle mani grazie a quello di Canale Cinque e al nostro compaesano” che, secondo Spatuzza, sono rispettivamente Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Queste sono le cose che vanno riscontrate, insieme a una serie di altri particolari: particolari che Spatuzza non lesina, avete sentito con quale precisione meticolosa racconta come era formato l’esplosivo che doveva fare detonare l’autobomba allo Stadio Olimpico nel gennaio del 94, quando invece la bomba non funzionò la prima volta e la seconda volta fu poi annullata, in coincidenza con la discesa in campo del Cavaliere.
Il gioco che sta facendo l’informazione, quella robaccia che chiamiamo informazione e che vedete a reti unificate in televisione, che leggete sulla stragrande maggioranza dei giorni, è proprio questo, è l’effetto vuoto: non hanno mai voluto parlare del processo Dell’Utri, la sentenza Dell’Utri è un oggetto misterioso, nessuno la conosce, salvo quelli che hanno letto qualche libo per altro fatto da Gomez e da me: non lo dico per vantarmi, ma è semplicemente un dato di cronaca. Non so quali altri libri contengano amplissimi stralci della sentenza Dell’Utri, non mi ricordo, non mi pare che i giornali gli abbiano dedicato grande spazio, quando uscirono le motivazioni nel luglio del 2005. Su Il Fatto Quotidiano nei prossimi giorni regaleremo un inserto con gli estratti principali della sentenza Dell’Utri: uno la legge e dice “ cavolo, ma qui c’è ben di più di quello che dice Spatuzza!”. I giudici del Tribunale di Palermo hanno scritto cose infinitamente più pesanti di quelle che ha detto il pentito Spatuzza, soltanto che non hanno avuto eco: perché non hanno avuto eco? Perché un conto è una cosa scritta da un Tribunale, per cui quando uno la legge dice “ beh, cavolo, non è definitiva questa sentenza, però intanto l’hanno scritta tre giudici del Tribunale di Palermo”, uno dei quali è Leonardo Guarnotta, Presidente del collegio, che era il braccio destro di Falcone e Borsellino dentro il pool dell’ufficio istruzione di Palermo, non stiamo parlando di una toga rossa sfegatata o di un giudice improvvisato, stiamo parlando del pool di Falcone, di uno dei pochi superstiti del pool di Chinnici e poi di Caponnetto. Se uno la legge l’effetto è drammatico, i giudici del Tribunale di Palermo scrivono che Dell’Utri è organicamente inserito in un contesto mafioso da trenta anni, se invece uno legge Spatuzza va beh, gli si può sempre raccontare “ sì, ma questo ha sciolto i bambini nell’acido, ha fatto le.. non possiamo mica fidarci di lui, quando parla di Berlusconi e di Dell’Utri”, invece dobbiamo fidarci di lui quando dice che ha fatto lui la strage, perché nessuno potrebbe mai teorizzare “ va beh, ci sono alcuni condannati all’ergastolo che con la strage non c’entrano niente, sono stati condannati per quella strage, sono in galera per una strage che non hanno fatto, ma poiché sono passati troppi anni lasciamo perdere, perché altrimenti Spatuzza poi ha ragione e, se gli diamo ragione su una cosa, diventa più difficile dargliela anche sull’altra”, è questo il garantismo? Tenere in galera all’ergastolo persone che non hanno fatto la strage e che sono state condannate per sbaglio per una strage e non riaprire il processo, soltanto perché la colpa se la prende Spatuzza? Possiamo tagliare i pentiti a metà, come faceva Silvan con le donne? Il pentito tagliato a metà: dalla cintola in giù va bene, dalla cintola in su non va bene? E’ questo che si vuole?! Se leggete i giornali, è esattamente questo che si vuole: nessuno mette in dubbio Spatuzza quando racconta per filo e per segno la storia della macchina, del blocco motore, dell’autobomba di Via D’Amelio, quello nessuno l’ha mai messo in discussione, su quello nessuno chiede riscontri, super riscontri etc., sul resto non solo si chiedono riscontri, che sarebbero giusti, ma si dice “ minchiate”: è il titolo dell’altro giorno di Feltri e di Belpietro su Il Giornale e su Libero, gli house organ, e è la stessa parola usata da Dell’Utri, minchiate. Si dice che Spatuzza, quando parla della strage, parla di una cosa che ha fatto lui e quindi ci possiamo fidare, quando parla invece dell’incontro del bar, ammesso e non concesso che ci sia stato l’incontro del bar, comunque lui riferisce una cosa che gli hanno detto i Graviano. A parte che è abbastanza probabile che il killer prediletto dai Graviano parlasse con i Graviano, che stavano, in quel periodo, tra Roma, Milano, Venezia e la Costa Smeralda, Porto Rotondo casualmente, ma il de relato creerebbe un problema, dice “ glielo hanno detto quelli lì” e allora andiamo a vedere nella sentenza di Dell’Utri se c’è qualche mafioso che racconta una cosa che ha visto e ha fatto lui con i suoi occhi. Sì, ce ne sono parecchie: a parte il fatto che nel processo Dell’Utri, quest’ultimo non è stato condannato per la parola dei pentiti, si potrebbero anche prendere i pentiti e espungerli da quel processo e la sentenza reggerebbe lo stesso, perché si regge anche su elementi oggettivi, come il libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo, la famiglia mafiosa di San Lorenzo, con scritta una cifra e vicino “ Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia; hanno trovato le agende di Dell’Utri, nelle quali risultavano appuntamenti a Milano con Mangano dopo le stragi, quando Mangano era capo della famiglia di Porta Nuova, che oggi sappiamo da Spatuzza essere l’alleata prediletta dei Graviano, che stavano facendo le trattative. Ci sono intercettazioni telefoniche del boss Guttadauro, che parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi, parliamo di intercettazioni registrate, ma troverete tutto nella sentenza che pubblichiamo su Il Fatto Quotidiano, intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono, cioè lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano”.

Quando Berlusconi e Dell'Utri incontravano il capo di Cosa Nostra

Abbiamo degli elementi oggettivi che non c’entrano niente con la parola dei pentiti che va e che viene, ma dato che l’episodio ci racconta come è iniziata questa lunga trentennale storia di rapporti con la mafia, è interessante sentirlo raccontare dal diretto interessato, dal testimone oculare, da quello che partecipava a quell’episodio, perché siamo intorno al 1974, quando Vittorio Mangano viene assunto come fattore, amministratore soprastante, si dice da quelle parti, della villa di Arcore, prelevato in Sicilia da Dell’Utri e portato a Milano, segnalato da Gaetano Cinà, che è considerato un mafioso della famiglia dei Malaspina e che è, guarda caso, uno dei migliori amici di Dell’Utri e, prima che Mangano venga assunto da Berlusconi nella sua villa, c’è un incontro a Foro Bonaparte negli uffici della Edilnord di Berlusconi, tra i capi della Fininvest, dell’Edilnord e i capi della mafia, che all’epoca erano Stefano Bontate e Mimmo Teresi e c’era pure Francesco Di Carlo. Quest’incontro non è così un vaneggiamento, è un incontro al quale Di Carlo partecipa, lo racconta con particolari molto vividi e molto precisi e i giudici del Tribunale di Palermo ritengono che quell’incontro ci sia stato e è lì che inizia tutto. Questo piccolo brano della sentenza sarebbe bene conoscerlo e tenerlo sempre presente in questi giorni, quando si sente dire “ uh, uh, figuriamoci Spatuzza!”, se uno mette insieme questa storia come è cominciata e il racconto di Spatuzza, che ci dice come è finita, ammesso che sia finita, perché forse non è finita, sapete che regna il terrore a Roma e a Arcore che si pentano i fratelli Graviano, che sono quelli che hanno fatto le stragi, ma sono anche quelli che nel 2004 dicono a Spatuzza in carcere “ o qui ci danno qualcosa - cioè ci alleviano un po’ questo regime carcerario - o sennò bisognerà andare a parlare con i magistrati di questi signori che hanno preso impegni e non li hanno mantenuti!”, il clima è lo stesso che precedette l’omicidio di Salvo Lima, quello che nella Prima Repubblica faceva le promesse e, a un certo punto, non è più riuscito a mantenerle. Spatuzza ha iniziato a parlare, i Graviano no, ma si teme che quel no sia un non ancora e allora è interessante vedere come è iniziata e abbiamo la fortuna di avere un testimone oculare di come è iniziata, già riscontrato dal Tribunale di Palermo: Francesco Di Carlo, il boss dei due mondi, il capo della mafia di Altofonte, quello che è stato tra l’altro accusato - poi il processo per il momento non ha portato alle condanne - di avere addirittura impiccato Roberto Calvi sotto il ponte dei Frati Neri. Dicono i giudici che già nei primi anni 70 - sentenza Dell’Utri dicembre 2004 - la mafia era sbarcata a Milano, organizzando - scrivono - “ numerosi sequestri di persona a scopo di estorsione, in relazione ai quali si deve univocamente intendere la funzione di garanzia e protezione che Mangano era chiamato a svolgere a tutela della sicurezza del suo datore di lavoro e dei suoi più stretti familiari”. Berlusconi ha paura dei sequestri, invece di rivolgersi ai Carabinieri si rivolge direttamente a quelli che i sequestri li facevano, ossia i mafiosi in trasferta a Milano. “Gaetano Cinà, detto Tanino, svolgeva tra la mafia a Palermo e a Milano - scrivono i giudici - un ruolo di intermediazione, come dimostra un episodio cardine: l’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate”, non il presunto incontro: i giudici di Palermo nella sentenza di Dell’Utri scrivono “ l’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate, capo supremo della mafia in quel periodo, fino al 1980 /81”, quando poi ci fu la guerra di mafia i corleonesi sterminarono gli uomini di Bontate, Teresi, Inzerillo etc..
L’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate, organizzato proprio per l’interposizione degli odierni imputati, Cinà e Dell’Utri, sul quale ha riferito Di Carlo Francesco all’inizio della sua collaborazione: nel 1976 Francesco Di Carlo diventa il capo della famiglia mafiosa di Altofonte, lo rimane fino alla fine degli anni 70, poi viene ricercato, si dà alla latitanza e, nel 1985, viene arrestato in Inghilterra per un grande traffico internazionale di droga e viene condannato a 25 anni dalla magistratura inglese. Nel 1996, tredici anni fa, inizia a collaborare con la magistratura. “Di Carlo - scrivono i giudici - ha riferito dei buoni rapporti di amicizia intrattenuti nel tempo con Cinà. Tramite Cinà aveva avuto modo di conoscere Dell’Utri, presentatogli amichevolmente dal Cinà nei primi anni 70, in un bar vicino al negozio gestito dallo stesso Cinà”, il quale a Palermo aveva una lavanderia e un negozio di articoli sportivi in Via Archimede. “ A breve distanza dalla sua presentazione a Dell’Utri, il collaborante Di Carlo aveva incontrato a Palermo il Cinà, mentre questi - Cinà - era in compagnia di Stefano Bontate e Mimmo Teresi, il numero uno e il numero due della mafia. Dovendo tutti recarsi a Milano nei giorni successivi, proposero di incontrarsi nella città lombarda e si diedero appuntamento negli uffici che Ugo Martello - che era un uomo delle cosche che risiedeva a Milano - aveva in Via Larga, nei pressi del duomo di Milano. Dopo aver pranzato insieme al ristorante vicino al duomo di Milano - quindi partono i mafiosi, vanno a Milano - a Di Carlo venne proposto di accompagnarli a un incontro che avrebbero avuto di lì a poco con un industriale, tale Silvio Berlusconi e con Dell’Utri e ecco l’incontro. Dell’Utri li accolse in quest’ufficio - Edilnord, Foro Bonaparte- e li condusse in una sala dove attesero l’arrivo di Berlusconi, con il quale cominciarono poi a parlare di edilizia”, non so se vi è chiaro, Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo, i capi della mafia, vanno a Foro Bonaparte, sede dell’Edilnord, vengono accolti da Marcello Dell’Utri e, a un certo punto, arriva Silvio Berlusconi e si tiene questo vertice tra i capi della mafia e i capi della Edilnord, uno dei quali oggi è il nostro Presidente del Consiglio e l’altro è un parlamentare della Repubblica Italiana.
Dice Di Carlo, ricordando perfettamente quell’incontro - vedrete i particolari - “ a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati: una stretta di mano, con Tannino Cinà si è baciato, con gli altri si è baciato, con me no”, conosceva gli altri, Di Carlo lo conosceva meno, il bacio è il saluto che si fa tra mafiosi o amici dei mafiosi. Pensate se oggi Spatuzza dicesse di aver visto Dell’Utri baciare qualche mafioso: “ scandalo, orrore”, direbbe “ ah, ah, ricominciano con il bacio!”. Bene, qui c’è già un incontro, nel 74, con baci e ribaci, riscontrato dai giudici del Tribunale di Palermo; “con Grado- c’era anche Nino Grado, un altro mafioso che lavorava a Milano e era proprio un grande incontro, un summit- che si conosceva bene, hanno avuto battute di scherzo, si è baciato (Dell’Utri) anche con Stefano Bontate, il capo della mafia. Dopo un quarto d’ora è spuntato questo signore sui 30 anni e rotti e hanno presentato il Dott. Berlusconi a tutti”, arriva un giovane Berlusconi, “ certo non era quello di adesso senza capelli, aveva i capelli, era un castano chiaro, maglioncino a girocollo, una camicia sotto, un pantalone jeans , sportivo era comunque”, dice Di Carlo, “ tant’è che alla fine Cinà disse “ stamattina hanno fatto un’ora come le donne a truccarsi, a pitturarsi: Bontate e Teresi sembrava.. chi dovevano incontrare? E quello è venuto in jeans e maglioncino”, loro si erano messi tutti in tiro da cerimonia e arriva Berlusconi sportivo. “ Ci hanno offerto il caffè - è sempre Di Carlo che racconta - e, quando arriva Berlusconi, cominciano a parlare di cose più serie: lavoro, ognuno che attività faceva, Teresi stava facendo due palazzi a Palermo, “ lei, dottore, sta facendo una città intera, Milano 2” e lui “ non c’è molta differenza tra organizzare un’amministrazione, curarne due o curarne venti”, Berlusconi ha fatto dieci o venti minuti di parlare, ci ha dato una lezione economica e amministrativa - i soliti pipponi che attacca Berlusconi in questi casi - perché aveva in costruzione una città 2, come chiamavano Milano 2”. I giudici proseguono: “ durante l’incontro venne affrontato anche il discorso della garanzia”, cioè di Mangano che diventava la garanzia di Berlusconi contro possibili attività mafiose nei suoi confronti, “e bisogna anche vedere in cambio che cosa fornisce il Cavaliere - in cambio di quella garanzia - Bontate rassicurò il suo interlocutore (Berlusconi), valorizzando la presenza al suo fianco di Dell’Utri e garantendo il prossimo invio di qualcuno”, qui non c’è ancora Mangano presente, non hanno ancora designato Mangano come garanzia dentro la casa di Berlusconi per conto della mafia. Racconta ancora Di Carlo: “ a Milano succedevano un sacco di rapimenti perché, quando c’era Liggio fuori (Luciano Liggio), quello aveva intenzione di portarsi tutti i soldi del nord a Corleone, grassava gli imprenditori sequestrandoli, prendendo il riscatto e portando giù i loro soldi. Aveva ragione Berlusconi a essere preoccupato: hanno parlato che lui aveva dei bambini, dei familiari, che non stava tranquillo e avrebbe voluto una garanzia. Berlusconi ha detto a Stefano (Bontate): “ Marcello mi ha detto che lei può garantirmi questo e altro” (Marcello è Dell’Utri) e allora Stefano Bontate ha detto “ lei può stare tranquillo, se dico io che può stare tranquillo deve dormire tranquillo”- “eh, sono il capo della mafia!”- lei avrà persone molto vicine che, qualsiasi cosa lei chiede, avrà fatta e lei rassicurandolo”: lei avrà persone molto vicine che, qualsiasi cosa lei chiede, avrà fatto.
“Poi ha un Marcello qua vicino”, gli dice Bontate, “ c’è Dell’Utri qua vicino a lei, per qualsiasi cosa si rivolge a Marcello”, “Marcello dei nostri e dei suoi contemporaneamente, no? Quindi più sicuro di così..”, “perché Marcello è molto vicino a noi altri”, dice Stefano Bontate a Silvio Berlusconi, “ noi di Cosa Nostra prima minacciavamo e poi ci andavano a fare la garanzia”, dice Di Carlo. La mafia che fa? Ti minaccia e poi ti dice “ ti garantisco io contro le mie stesse minacce”, è la tipica estorsione. “ Era una cosa normale in Cosa Nostra, altrimenti che bisogno ha uno di chiedere - di chiedere protezione - se la sua incolumità non è messa in dubbio?”. Dunque, scrivono i giudici, “ ci fu una richiesta di protezione al Bontate e Berlusconi chiede di essere protetto da Bontate, ma Bontate fece una proposta a Berlusconi a conferma delle aspettative che il capo di Cosa Nostra riponeva in questo primo contatto”, avevano agganciato un grosso palazzinaro del nord che stava costruendo un’intera città, grazie a Dell’Utri e a Cinà che li avevano messi in contatto. Di Carlo dice, nell’interrogatorio al processo, “ Bontate ci ha detto - a Berlusconi - ma perché non viene a costruire a Palermo, in Sicilia?”” e Berlusconi che cosa gli risponde? Con una battuta, un sorriso sornione, “ ma come? Debbo venire proprio in Sicilia? Ma come? Qua con i meridionali e i silicani ho problemi qua e debbo venire là?” e Stefano Bontate ci ha detto “ ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”, Berlusconi, anche lui, alla fine, ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa: “ quello che serve a voi ve lo do io, quello che serve a me, me lo date voi”, questo è il rapporto.

Gli interessi convergenti di Bontate e Berlusconi
Berlusconi alla fine ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa anche lui: lo dicevano a Marcello, quello che dovevano chiedere lo chiedevano a Marcello, Marcello lo chiedeva a lui e lui faceva. Bontate ebbe una buonissima impressione e dice “ Cosa Nostra dobbiamo incominciare a farla ingrandire, un giorno cominciamo a combinare - cioè a affiliare alla mafia - gente fuori dalla Sicilia, perché ce ne sono tanti che discutono meglio dei siciliani”, vuole addirittura affiliare gente non siciliana alla mafia, gli sono piaciuti questi contatti con questo milanesino sportivo. Quello che accade subito dopo lo ricostruisce il Tribunale e dice che “ il racconto di Di Carlo è nitido, preciso e pienamente compatibile con il resto delle emergenze processuali”, quindi i riscontri ci sono.
“ Una volta usciti dagli uffici, Cinà si era rivolto a Teresi e a Bontate e, facendo riferimento alla persona che avrebbe potuto essere mandata a Arcore, fece il nome di Mangano Vittorio, conosciuto dallo stesso Di Carlo come un uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, in quegli anni aggregata al mandamento di Stefano Bontate”, in quel periodo Mangano era un uomo di Bontate. “ Di Carlo ha riferito che Cinà, rispondendo a una sua domanda.. dice, Di Carlo, “ mi ha detto (Cinà) che c’era Vittorio Mangano, ci avevano messo vicino a Berlusconi, non certamente come stalliere, non offendiamo il signor Mangano, perché Cosa Nostra non pulisce stalle a nessuno, non fa lo stalliere a nessuno, Cosa Nostra ha un potere enorme e allora hanno messo a abitare lì a Milano, trafficava nello stesso tempo e si faceva la figura che Berlusconi aveva qualcuno vicino di Costa Nostra e Stefano l’aveva vicino. Berlusconi aveva vicino Mangano e Stefano aveva vicino Berlusconi”. Di Carlo ha riferimento che in seguito, in relazione a quest’incontro milanese, Cinà gli aveva manifestato il suo imbarazzo, perché gli era stato detto di chiedere 100 milioni a Berlusconi. Intorno al 77 /78 - stiamo parlando di un periodo dove Mangano ormai non è più a Arcore, Mangano è a Arcore dal 74 al 76, poi se ne va a abitare in un albergo a Milano - Cinà aveva chiesto il suo interessamento (di Mangano), in quanto Dell’Utri si era nuovamente rivolto a lui per il problema relativo all’installazione delle antenne per la diffusione del segnale televisivo”, stavano riempiendo l’Italia di antenne per Canale Cinque. “ Anche in quel caso le somme corrisposte a Cosa Nostra erano a titolo di garanzia””.
Ora che Di Carlo dica la verità in merito all’incontro milanese tra Bontate e Berlusconi, per i giudici lo dimostrano le dichiarazioni di altri collaboratori: Antonino Galliano racconta che Cinà gli disse tutto, dall’incontro milanese tra Berlusconi e Bontate alla diretta corresponsione di somme di denaro in favore di Cosa Nostra, Berlusconi o la Fininvest, o qualcuno dei suoi, pagavano regolari somme a Cosa Nostra e infatti, come vi ho detto, in un libro mastro trovato nella sede della cosca di San Lorenzo a Palermo trovano una cifra con scritto vicino “ Canale Cinque, regalo”, non era quindi il pizzo chiesto da Cosa Nostra, era un regalo che la Fininvest faceva ai mafiosi della cosca di San Lorenzo, dove sorgevano alcuni ripetitori.
“Salvatore Cucuzza - un altro pentito - ha riferito confidenze ricevute da Mangano del tutto analoghe, anche sulle periodiche somme di denaro pari a 50 milioni di lire l’anno, versate a Costa Nostra da Berlusconi e inizialmente ritirate da Mangano, delle quali parlano anche Francesco Scrima e Francesco La Marca, altri due pentiti, in ordine alle lamentele del Mangano per la mancata successiva percezione di queste somme”, ogni tanto si dimenticavano di pagare. E poi c’è il finanziere Rapisarda che racconta come Bontate riciclò i soldi delle cosche nelle aziende, nei cantieri e nelle televisioni di Berlusconi, ma questo è un altro capitolo. Immaginate se qualcuno avesse mai raccontato queste cose: oggi, a sentire Spatuzza, uno direbbe “ ma è acqua fresca rispetto a quello che c’è!”, invece purtroppo nessuno ha mai raccontato queste cose e, quando qualcuno ha osato raccontarle, è stato sbattuto fuori dalla televisione, come è successo a Luttazzi, come è successo a Biagi e come è successo a Michele Santoro. Abbiamo un lungo vuoto televisivo, grazie all’editto bulgaro, che fa sì che oggi si fatichi a recuperare il tempo perduto, ammesso che qualcuno lo voglia fare - giovedì sera a Annozero credo che parleremo di questi temi - e così, quando Spatuzza riprende quel filo, in realtà nessuno lo conosce quel filo e sembra un fulmine a ciel sereno, un fungo spuntato all’improvviso a dire delle cose assolutamente incredibili, mentre in realtà se le cose sono cominciate come vi ho letto, le cose che dice Spatuzza sono ampiamente credibili, la mafia aveva bisogno di qualcuno che prendesse il posto della Prima Repubblica, che stava ormai alla frutta.
Seguite Il Fatto Quotidiano, perché questa settimana daremo molte informazioni anche su questi temi, mi permetto di darvi due suggerimenti, anzi tre, visto che forse è un periodo in cui qualcuno pensa a che cosa regalare a Natale agli amici: naturalmente il primo regalo che vi suggerisco è un abbonamento da regalare agli amici a Il Fatto Quotidiano, magari al versione on- line oppure alla versione postale, se andate sul nostro sito abbiamo anche il nuovo blog antefatto.it, nuovo di zecca, con tutte le iniziative per gli abbonamenti natalizi, c’è quello che vi ho già segnalato la settimana scorsa, il dvd “ Democrazya”, che in realtà è impronunciabile perché c’è crazy dentro a “ crazia”, crazy vuole dire che siamo un Paese di pazzi, ovviamente questo è il diario politico di quest’anno, che è stato fatto con dei contributi filmati e il meglio, o almeno quello che ci è sembrato il meglio, di Passaparola, “Democrazya 2009”, trovate sul blog di Beppe e anche su “ voglio scendere” tutte quante le istruzioni e poi vorrei iniziare una piccola abitudine, quella di segnalare dei libri di informazione che possono servire. Questa settimana vi segnalo “ Come funzionano i servizi segreti: dalla tradizione dello spionaggio alle guerre non convenzionali del prossimo futuro”, è scritto da un grandissimo esperto di servizi che sta dalla parte giusta, naturalmente, e che è il professor Aldo Giannuli. Il libro è pubblicato da Ponte alle Grazie, “ Come funzionano i servizi segreti” e poi, naturalmente, continuate a leggere Il Fatto Quotidiano. Passate parola.

lunedì 9 novembre 2009

L'utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile..

Sono di nuovo senza internet e telefono.. Dio C@n
Vabbè. Di buono c'è che ho iniziato a lavorare e comincio a star meglio.
A chi passa di qua giuro che vi seguo ancora, da altri pc, per leggervi comodamente a casa una volta scaricati.
Ciao a tutti.

domenica 1 novembre 2009

Quando si sbaglia a dire "lodo"



Solo il Mondadori può essere definito così, perché nasce dalla scelta di De Benedetti e Berlusconi di rivolgersi a tre arbitri da loro stessi nominati. L'Alfano, invece, è una semplice legge


Da un paio di settimane, gl'italiani sentono ronzare nelle proprie orecchie un'espressione, "lodo Mondadori", che suona lontana e sconosciuta, grazie a un sistema dell'informazione sopratutto televisivo che pare fatto apposta per confondere le idee anche a chi ne ha.

Il fatto poi che gli ultimi sviluppi del lodo Mondadori si siano intrecciati con quelli di un altro lodo, l'Alfano, ha aggiunto confusione a confusione. Diciamo subito che cos'è un "lodo": una soluzione condivisa che chiude, fuori dai tribunali, una controversia fra due parti, cioè una lite. Dunque l'Alfano non era un lodo, ma una legge imposta da Berlusconi per congelare i suoi processi. La Corte Costituzionale l'ha ritenuta pure incostituzionale, quella legge, e dunque i processi al premier riprenderanno. Quello per la Mondadori invece era un lodo. Che cosa era successo? Che nel 1990 sia Carlo De Benedetti sia Silvio Berlusconi rivendicavano la proprietà del maggior gruppo editoriale italiano, in virtù di due successivi accordi stipulati per acquistare il pacchetto di controllo della famiglia Formenton-Mondadori.

Le due parti in lite decisero di affidarsi a un collegio di tre arbitri: uno nominato da De Benedetti, uno dai Formenton e da Berlusconi, l'altro dalla Cassazione. Alla fine gli arbitri emisero un lodo arbitrale che dava ragione a De Benedetti: la Mondadori era sua in quanto i titolari del pacchetto di maggioranza l'avevano promesso prima a lui. A quel punto il Cavaliere e i suoi alleati contestarono il lodo e lo impugnarono davanti alla Corte d'appello di Roma. Questa, nel gennaio '91, ribaltò il lodo Mondadori e consegnò a Berlusconi la casa editrice, che conteneva non soltanto il ramo libri, ma anche diversi giornali: la Repubblica, L'Espresso, Panorama, Epoca e una quindicina di giornali locali. Poi, grazie alle rivelazioni di Stefania Ariosto e ai movimenti bancari scoperti in Svizzera, si scoprì che gli avvocati della Fininvest - Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora - avevano comprato quella sentenza con soldi della Fininvest, versando al giudice che l'aveva firmata, Vittorio Metta, almeno 420 milioni in contanti. Di più: si scoprì che la sentenza non l'aveva scritta Metta, ma qualcuno ispirato dagli stessi avvocati Fininvest: il giudice corrotto ci mise solo la firma, depositò 160 pagine manoscritte di motivazione in appena 24 ore (un'impresa che nemmeno Balzac), poi cominciò ad incassare soldi non giustificati e infine lasciò la Magistratura per andare a lavorare come avvocato nello studio Previti con la figlia Sabrina. La Cassazione ha condannato definitivamente sia il giudice sia i tre avvocati, il quale s'è salvato grazie alla prescrizione del reato (anche se nella sentenza si legge che la sentenza era stata comprata "nel suo interesse" e che lui era il "privato corruttore" dietro l'operazione. In sostanza, da vent'anni il Cavaliere possiede il primo gruppo editoriale italiano (di cui restituì Repubblica, Espresso e giornali locali al gruppo De Benedetti-Carracciolo) grazie a una sentenza comprata con soldi suoi dai suoi avvocati nel suo interesse.

Ecco perché i giudici penali, condannando giudice e avvocati, hanno aggiunto che De Benedetti andava risarcito per il danno subito in una separata causa civile: quella che si è conclusa tre settimane fa, in primo grado, con il verdetto del giudice Raimondo Mesiano, che ha quantificato il danno in 750 milioni di euro. Mesiano doveva soltanto stabilire quanto ci avesse rimesso De Benedetti, ma che il risarcimento fosse dovuto da parte della Fininvest l'aveva già detto la Cassazione.

Ora naturalmente il Cavaliere ha scatenato la guerra mediatica contro il giudice, ovviamente "comunista", autore della sentenza, ovviamente "politica". E i suoi giornali hanno scritto che il risarcimento è uno "scippo", un "esproprio", un "attacco politico". Ma la politica non c'entra nulla.


Marco Travaglio

Il Guastafeste

A(nna) 22 ottobre 2009

sabato 31 ottobre 2009

Processo Mills, B. torna imputato mafia, adesso Dell'Utri trema

31 ottobre 2009
Corruzione, udienza a Milano il 27 novembre. Novità a Palermo.
di Giuseppe Lo Bianco

Bocciato il lodo Alfano, a Milano il Tribunale fissa per il 27 novembre il processo a Silvio Berlusconi, accusato di avere corrotto l'avvocato inglese David Mills, condannato a 4 anni e 6 mesi proprio per corruzione. A Palermo la Corte di Appello ritiene ''rilevanti'' le parole del pentito Gaspare Spatuzza, che ha accusato il premier di essere il terminale della trattativa tra Stato e mafia nella stagione delle stragi del '93 e ammette in aula la testimonianza del collaboratore di giustizia. Sull'asse Milano-Palermo arrivano due notizie destinate a togliere il sonno al premier e ai suoi legali, preannunciando un autunno assai caldo per Berlusconi, chiamato di nuovo nelle aule giudiziarie per spiegare e difendersi.

Nel capoluogo lombardo i magistrati bruciano i tempi dopo la pronuncia della Consulta che bocciando il lodo Alfano ha acceso il semaforo verde per il dibattimento che dovrà verificare l'accusa al presidente del Consiglio. E sono proprio i tempi a non lasciare tranquilli i legali del premier: la sua prescrizione dovrebbe arrivare intorno all’estate 2011 ma se tutto resta come ora e Mills venisse condannato definitivamente, la sua sentenza diverrebbe una prova difficile da ignorare nel processo Berlusconi perché di fatto accerterebbe che se c’è un corrotto c’è anche un corruttore.

Invece a Palermo, dopo avere respinto l'audizione di Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso, per il contenuto contraddittorio delle sue rivelazioni, la corte di appello ha ammesso la testimonianza di Gaspare Spatuzza, il killer pentito di Brancaccio, braccio destro dei boss stragisti Filippo e Giuseppe Graviano che in alcuni interrogatori ha sostenuto che i referenti politici della trattativa nel periodo delle stragi del '93 erano Berlusconi e Dell'Utri, quest'ultimo condannato in primo grado a 9 anni per concorso in associazione mafiosa.

E c'è attesa a Palermo per le nuove rivelazioni che puntano ''in alto'', chiamando in causa direttamente il premier come interlocutore di quella fase della trattativa con Cosa Nostra: non è escluso che la corte, dopo avere ascoltato le parole di Spatuzza, citato dal pm Nino Gatto, possa disporre nuovi accertamenti, tra cui un nuovo interrogatorio di Berlusconi a palazzo Chigi sui suoi presunti rapporti con la mafia. Esperienza non nuova per il premier che venne interrogato sei anni fa, sempre a palazzo Chigi, dal Tribunale presieduto dal giudice Leonardo Guarnotta in trasferta a Roma: in quella occasione si avvalse della facoltà di non rispondere consigliato dai suoi legali. ''Avevamo messo nel conto questa decisione - ha detto ieri l'avvocato Giuseppe Di Peri, legale del senatore - anche se per noi le dichiarazioni di Spatuzza sono assolutamente non provate".

Adesso la corte deciderà il prossimo 6 novembre data e luogo dell'interrogatorio di Spatuzza, dopo avere acquisito e depositato anche i verbali che il collaboratore ha reso alla magistratura di Caltanissetta. I giudici, infine, decideranno solo dopo avere sentito il pentito se citare sul banco dei testimoni, come sollecitato dal pm, i tre capi mafia Giuseppe e Filippo Graviano e Cosimo Lo Nigro, testimoni, secondo Spatuzza, dei colloqui nei quali egli avrebbe appreso del ruolo di Berlusconi e di Dell'Utri. Sono due, infatti, gli incontri a cui avrebbe partecipato anche Lo Nigro, nei quali, prima con Giuseppe e poi con il fratello Filippo, Spatuzza apprese che tra Cosa nostra e lo Stato era in corso una trattativa, che sarebbe durata fino al 2004, e che i referenti politici dei boss erano proprio Dell'Utri e Berlusconi.

da Il Fatto Quotidiano n°34 del 31 ottobre 2009

lunedì 26 ottobre 2009

Adesso se ne vada (e Berlusconi pure)

Piero Marrazzo si deve dimettere. Peccato: non governava male. Ma deve andarsene: la patetica manfrina dell’”autosospensione” in vista di un “percorso” che porterà chissà quando al passo d’addio è imbarazzante per tutti, ma soprattutto per lui, chiuso nel freezer in versione Findus. Se ha ceduto al ricatto anziché denunciare l’estorsione, non può più ricoprire una carica pubblica.

Il fatto poi che sia stato ricattato per mesi getta un’ombra sul suo governo passato e anche su quello futuro.

Ma l’unica cosa che non si può (più) dire è che sia sotto ricatto, ora che questo è stato smascherato e i suoi autori arrestati. E infatti è proprio quel che scrive Pierluigi Battista, sedicente “terzista”, sul Corriere della sera: Un governatore sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere con serenità e responsabilità istituzionale le funzioni che gli sono proprie”.

Solennissima sciocchezza: visto che i ricattatori sono in galera, il ricatto non c’è più. Ma è comunque consolante che il Battista, alla sua età, sia riuscito finalmente a chiedere le dimissioni di un politico coinvolto in uno scandalo, sia pur con la penna intinta nella vaselina cerchiobottista, anzi cerchiobattista (“Marrazzo deve valutare se fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità…”). Purtroppo non l’ha mai chiesto per Silvio Berlusconi. Anzi, il Battista e il Corriere han sempre detto il contrario: gli scandali non devono impedire al premier di “andare avanti” e i giornali che chiedono le sue dimissioni, o qualche risposta alle domande, “organizzano campagne” e “alimentano lo scontro”.

Poco importa se quegli scandali rendevano e rendono tuttora il Cavaliere ricattabile e forse ricattato.

Se Mills sa di aver preso 600 mila dollari da “Mr.B.”; se Dell’Utri conosce tanti altarini e li tiene per sè, così come Previti e tanti altri complici; se Provenzano gli scriveva lettere d’amore e minacce; se Vito Ciancimino lo avvertiva dal carcere “Se passa molto tempo sarò costretto a uscire dal mio riserbo che dura da anni…”; se Gaspare Spatuzza parla di lui dopo anni di silenzio e racconta che nel ’93 i Graviano minacciavano di “parlare” se qualcuno non fosse entrato in politica; se la D’Addario e interi plotoni di “ragazze” più o meno a tassametro andavano e venivano dalle sue case e/o dalle sue alcove, armate di registratori e telefonini con videocamera; se Saccà doveva piazzarne alcune a Raifiction perché questa o quella “sta diventando pericolosa”, cioè ha iniziato a parlare; ecco, se centinaia di persone conoscono fatti tali da poter rovinare la reputazione del presidente del Consiglio, o quel che ne resta, e per vicende un po’ più gravi di qualche vizietto privato, forse è il caso di pretendere “un passo indietro” anche da lui perché politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere con serenità e responsabilità istituzionale le funzioni che gli sono proprie. Invece il Pompiere della Sera, insieme al capo dello Stato e ad altri estintori umani, chiede alle opposizioni di sedersi al tavolo con lui per riformare addirittura la Giustizia e la Costituzione. Cade così l’ultimo velo dalle ipocrisie dei “terzisti”. Chi invoca le dimissioni di Marrazzo, ma non di Berlusconi, non è un terzista. E’ un berlusconiano travestito.


Domenica 25 ottobre 2009Anno I n° 29

Redazione: via Orazio n°10—00193 Roma tel.+39 06 32 818 1 —fax +39 06 32818 100

Da VivaMarcoTravaglio

La giustizia può attendere

I fan di Roman Polanski non protestino. Negli Usa non processano i contumaci ma questo non cancella il reato. In Italia gli stupratori della Caffarella pagheranno. Ma troppo poco.

Il regista Roman Polanski è stato arrestato in Svizzera per aver stuprato 31 anni fa, in America, una tredicenne: contro di lui non c’è ancora una sentenza, ma rischia pene pesantissime fino all’ergastolo. In sua difesa si schierano molti intellettuali e cineasti di tutto il mondo. Qualche giorno dopo due romeni, Oltean Gravila e Ionut Jean Alexandru, sono stati condannati in primo grado rispettivamente a 11 e 6 anni per aver stuprato una quattordicenne nel parco della Caffarella. E molti politici di destra, a cominciare dal sindaco Gianni Alemanno, si scandalizzano per la pena troppo lieve. I due casi sono molto diversi, soprattutto per le differenza fra i due sistemi giudiziari. In Italia, nonostante i tempi biblici della giustizia, Polanski sarebbe già stato giudicato e, se ritenuto colpevole, condannato in via definitiva, presente o assente che fosse al processo, e avrebbe già scontato la pena se fosse rimasto nel paese in cui aveva commesso il reato; se invece fosse fuggito, avrebbe beneficiato della prescrizione della pena, che da noi scatta dopo un certo numero di anni. Se in America Polanski non è mai stato giudicato, è perché là non si processano gli imputati contumaci, e Polanski da 31 anni non mette piede negli Stati Uniti. Dunque le proteste di fans e amici perché “non si può processare una persona per reati commessi quand’era un’altra persona” non hanno senso: è colpa sua se non l’hanno processato prima. La prescrizione non cancella né i reati né le pene: altrimenti basterebbe darsi alla macchia per farla franca.

Ma è vero che in America le condanne per stupro sono più severe che in Italia? Sì e no. Sì se l’imputato si dichiara innocente, si sottopone al dibattimento e alla fine risulta colpevole. No se fa come il 95% degli imputati: cioè se si dichiara colpevole e patteggia la pena, evitando il processo e facendo risparmiare tempo e denaro allo Stato. In quel caso beneficia di forti sconti. Anche in Italia il codice consente i “riti alternativi” al dibattimento. Il primo è il patteggiamento: l’imputato concorda una pena, anch’essa scontata di un terzo, con il pubblico ministero, poi spetta al giudice convalidarla o respingerla se troppo bassa. Il secondo è il rito abbreviato: l’imputato rinuncia al processo e accetta di essere giudicato subito dal gip allo stato degli atti (cioè in base alle carte raccolte da difesa e accusa); se lo condannano beneficia di uno sconto di un terzo sulla pena. I due romeni della Caffarella hanno optato per l’abbreviato: così il giudice ha dovuto applicare loro lo sconto di un terzo. In altre parole, se avessero scelto il dibattimento, sarebbero stati condannati a 17 anni e mezzo e a nove anni. Cioè a pene molto severe (tra un’attenuante e l’altra, per un omicidio capita di prendere di meno). Ma solo al termine del dibattimento, che avrebbe richiesto un paio di anni per il primo grado, un paio per l’appello, un paio per la Cassazione. Invece, con l’abbreviato, calcolando anche il secondo e il terzo grado, si arriverà a sentenza definitiva molto più in fretta. Il problema dunque non sta nell’entità della pena. Ma nella sua scarsa “effettività”: se i due condannati alla Caffarella restassero in carcere 11 e 6 anni, si potrebbe dire che giustizia è fatta. Ma in Italia la pena scritta nella sentenza non corrisponde a quella effettivamente scontata: mantenendo una regolare condotta in carcere si ha diritto a un altro sconto di un terzo. Dunque i due sconteranno meno di 8 e 4 anni, anzi 5 e 1, perché gli ultimi 3 li passeranno al servizio sociale. Cioè liberi. Ma questo non è colpa dei giudici, che applicano le leggi.

È colpa dei politici che le fanno.

Marco Travaglio

Il Guastafeste

A(nna) del 15 ottobre 2009

domenica 18 ottobre 2009

Marcello Dell'Utri. Storia di un mafioso italiano

Da Wild Italy

Dovevo chiudere il blog, è vero, ma dedico questo post al troll Luciano61, papiminkia affezionato, disturbatore di molti blog e molestatore soprattutto di blog di donne..


Come penso saprete tutti, il 17 settembre – dopo la pausa estiva – è ripreso il processo d’appello a Marcello Dell’Utri (ex segretario di Berlusconi e artefice di Forza Italia) condannato in primo grado a 9 anni e 6 mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Fra le altre condanne, l’attuale senatore del Pdl, ne annovera anche una per false fatture e frode fiscale (2 anni e 3 mesi. Le circostanze ve le chiarirò dopo) e un’altra di 2 anni per tentata estorsione (derubricata, in seguito a “minaccia aggravata” e quindi caduta in prescrizione).

Ma chi è veramente quest’uomo? Per rispondere a questo interrogativo, non posso non raccontarvi la sua storia, che – come capirete successivamente – si intreccia con il nostro Premier.

Nato a Palermo l’11 settembre 1941, si trasferisce – poco più che ventenne – a Milano per studiare Legge presso l’Università Statale. Lì succede il miracolo: incontra Silvio Berlusconi (il quale stranamente studiava anche lui Legge) ed è subito colpo di fulmine. Marcello diventa il segretario di Berlusconi

Nel 1965 lascia il capoluogo lombardo per andare a Roma a dirigere il centro sportivo Elis (di proprietà dell’Opus Dei). Due anni dopo si trasferisce a Palermo per svolgere la stessa mansione, stavolta collegata all’Athletic Club Bacigalupo. Ed è proprio lì, che Dell’Utri afferma di aver incontrato Vittorio Mangano (giovane mafioso in erba) e Gaetano Cinà (un’altro della stessa risma che – come copertura – gestiva una lavanderia nel cenro di Palermo ed era imparentato con i maggiori capi mafiosi di quegli anni). Dell’Utri dice di aver notato Mangano “perchè tirava le righe del campo con il gesso” (e vi ho detto tutto!)

Nel 1970 cambia due o tre volte lavoro (nel settore bancario), da semplice impiegato alla Cassa di Risparmio delle Province Siciliane, alla direzione generale della Sicilcassa.

Quattro anni dopo, Berlusconi – che aveva appena acquistato Villa Casati Stampa (Villa di Arcore) ad un prezzo irrisorio (500 milioni considerando tutti i quadri di valore e i terreni immensi che la circondano) da un’orfana minorenne, Annamaria Casati Stampa i cui genitori erano morti in un incidente stradale e a cui gli avevano affidato un tutore (Cesare Previti) chiede a Dell’Utri di licenziarsi dal suo impiego e di ritornare ad essere il suo segretario. Marcello lascia tutto e segue Silvio, in questa nuova avventura.

Prima di tutto, quando comprate una casa nuova, chi ingaggiate? La risposta lapalissiana, sarebbe: elettricisti, muratori, tappezzieri; no? Invece il braccio destro di Berlusconi, si mette in testa di voler assumere subito un fattore, per tenere a bada i cavalli imbizzarriti.

Partono dunque le selezioni. In tutta la Brianza (zona prettamente agricola) non c’è una sola persona che voglia lavorare per Berlusconi. Il buon Marcello quindi vaga disperatamente da una regione all’altra della Penisola, fino a quando approda nella sua natia Sicilia e a Palermo trova finalmente qualcuno che si vuole assumere questo incarico: è Vittorio Mangano, già arrestato svariate volte e che in quegli anni (secondo quanto detto da Paolo Borsellino in una delle sue ultime interviste) era solito inviare teste di cane o cavallo mozzate (stile “Il Padrino”) ai primari delle cliniche che non gli pagavano il pizzo. Dell’Utri affermò in seguito, di non essere a conoscenza di ciò che vi ho appena detto.

Berlusconi dirà di averlo scelto dopo aver visionato una schiera di candidati (mi immagino gli altri, come potevano essere…). L’assunzione comunque – secondo il Tribunale di Palermo che ha condannato Dell’Utri per mafia (la condanna di cui vi parlavo all’inizio) – fu resa operativa dopo un vertice, al quale, insieme a “Gianni e Pinotto”, erano presenti anche i boss Bontate e Teresi.

Mangano però, non si può dire che sia proprio un fattore: porta Berlusconi al lavoro, accompagna i suoi figli a scuola, cena con lui insieme alla sua famiglia – che ha provveduto a portarsi dalla Sicilia. Insomma è una sorta di guardia del corpo, mandata da Cosa Nostra per tenerlo d’occhio.

Con il passare del tempo, spariscono degli oggetti di valore dalla villa, ma il Cavaliere e Dell’Utri non sospettano nulla, arrivano degli strani figuri che, secondo le deposizioni dei pentiti di mafia, sono latitanti ospitati da Mangano alla Villa di Arcore. Interrogato dai giudici, Dell’Utri raccontò che erano “persone a cui era meglio non fare domande” (immaginatevi le facce…)

Una sera, sparisce anche il miglior amico di Berlusconi – il Principe D’Angerio, che non è per niente nobile, è un pallonaro come tanti altri – il quale viene rapito appena fuori dalla villa. I sequestratori però – causa nebbia – vanno a sbattere contro un albero. D’Angerio riesce a liberarsi e corre a denunciare il fatto.

Le indagini condotte dai carabinieri, fanno emergere un particolare piuttosto inquietante: l’ideatore del sequestro è proprio Mangano! Ma come al solito il Premier e Marcello non si scompongono e si terranno il loro “stalliere” per altri due anni.

Se lo terranno anche se ha un piccolo vizietto: ogni tanto andava nelle altre case di Berlusconi e piazzava uan bomba…così…per diletto… Infatti è il 1975 quando esplode un ordigno contro la sua abitazione in Via Rovani a Milano di cui Silvio non fa cenno alle autorità giudiziarie.

Un anno dopo Mangano se ne va e un giornale locale scrive che il Premier ospita un mafioso in casa sua. Leggendolo, Vittorio va da Dell’Utri e rassegnarli le sue dimissioni per salvaguardare il Cavaliere. Marcello però tenta di trattenerlo, non vuole che se ne vada…affermerà il contrario sotto processo dicendo che lui e Berlusconi l’avevano cacciato.

Mangano si stabilisce in un hotel di New York dal quale gestirà traffici di droga e di riciclaggio per i quali è stato condannato al processo Spatola e al maxiprocesso portato avanti da Falcone e Borsellino.

Lo stesso anno, Antonino Calderone – boss catanese di Cosa Nostra – festeggia il suo compleanno in un ristorante milanese “Le Colline Pistoiesi”, con vari mafiosi più o meno famosi. All’allegra festicciola naturalmente non può mancare il buon Marcello accompagnato da Vittorio. Dell’Utri affermò che aveva partecipato “per il timore che nutrivo verso Mangano” e disse senza ombra di dubbio che non gli erano stati presentati i commensali. Si era infiltrato solo per scroccare un pezzo di torta e se la stava mangiando in disparte…poverino…ve lo immaginate?

E’ il 1977, quando Dell’Utri lascia Berlusconi ed Arcore: vuole fare il dirigente Fininvest ma Silvio non vuole. Se ne va quindi sbattendo la porta per approfondire i suoi studi di Teologia (è un bibliofilo talmente esperto che nel 2007 compra i diari di Mussolini, che verranno giudicati dal Times completamente falsi). Successivamente opterà per un impiego offertogli da un amico di Cinà, Filippo Rapisarda legato anche lui con mafiosi di grosso calibro.

Diventa amministratore delegato della Bresciano Costruzioni, il fratello (Alberto Dell’Utri) invece della Venchi Unica (facente capo sempre a Rapisarda). Naturalmente falliranno tutti e due in poco tempo. Alberto finisce in galera, mentre Marcello rimane a piede libero.

Nel febbraio del 1980 la Criminalpol milanese intercetta – nell’ambito di una indagine di droga – una telefonata fra Dell’Utri e Mangano, il quale gli dice che ha “un affare” da proporgli “per il suo cavallo”. Marcello gli risponde che, per il cavallo in questione, servono i “piccioli” (soldi). Vittorio allora replica dicendogli di chiederli “al suo principale” ma il senatore gli dice che “quello non sura”(non sgancia). Paolo Borsellino – racconterà nella sua ultima intervista ad alcuni giornalisti francesi – che Mangano parlava di “cavalli” anche con altri mafiosi e che era stato appurato che si riferisse a partite di eroina. E quando i giudici chiedono a Marcello cosa ci facesse a colloquio con quel mafioso, Marcello gli risponde che “mi faceva paura la sua personalità criminale”.

In aprile si sposa a Londra Jimmy Fauci, pregiudicato siciliano amico dei boss, che gestisce il traffico di droga tra Gran Bretagna, Canada e Italia. Fra gli invitati alle nozze, figurano boss mafiosi come Teresi oltre a Gaetano Cinà. A un tale evento mondano, chi è che non poteva mancare? Avete indovinato, era presente anche Dell’Utri. A questo punto i giudici gli chiedono che cosa ci facesse alle nozze di un mafioso a Londra, (visto che non è che ci si capita per caso) e lui – candido come un angelo – risponde che si trovava in città per una mostra dei Vichinghi. E chi incontra in quella mostra? Proprio Cinà, che lo costringe ad andare al matrimonio. Inoltre ci tiene a precisare che “lo sposo non mi fu presentato, non lo conoscevo”.

Un mese dopo, Mangano viene arrestato su ordine preciso di Giovanni Falcone per droga e mafia. Viene condannato a 11 anni di reclusione.

Tra il ‘75 e l’83 affluiranno nelle casse della Finivest ben 113 miliardi di lire (di provenienza ignota) che Berlusconi si guarderà bene di spiegare agli inquirenti. Proprio nel 1983 Berlusconi promuove Marcello a Presidente di Publitalia (grazie alla sua bancarotta fraudolenta. Questa sì che è meritocrazia).

Nel 1986, scoppia un’altra bomba, sempre contro il palazzo di Via Rovani. Berlusconi, confesserà ai carabinieri di sospettare Mangano (che in realtà era ancora in prigione). Ne parla anche con Marcello, il quale chiama subito Cinà per saperne di più. Convocato a Milano, riesce a sapere che Vittorio sta ancora scontando i suoi anni di reclusione. Tranquillizza dunque Silvio: “Tanino (Cinà) mi ha detto che è assolutamente (Mangano) da escludere. C’è da stare tranquillissimi”.

Il pentito Antonino Galliano – vicino a Cinà – affermerà che l’attentato fu opera degli uomini catanesi di comune accordo con Riina, per poter agganciare Craxi tramite Silvio,prima delle elezioni dell’ 87, quando la mafia passerà a votare il Psi, tradendo la Dc che non aveva bloccato il maxi processo di Falcone e Borsellino.

Nel 1992 – l’ex senatore del Pri e Presidente della Pallacanestro Trapani – Vincenzo Garaffa, riceve la visita del boss Virga, il quale gli dice “mi manda Dell’Utri” (per riscuotere un credito in nero preteso da Marcello per una sponsorizzazione di Publitalia).

Nel 1993, dopo l’assasinio di Falcone e diversi attentati in giro per l’Italia, Provenzano stringe un patto con Dell’Utri: fine degli attentati e delle stragi, in cambio dell’alleggerimento della pressione giudiziaria, dei sequestri dei beni e della legge sui pentiti.

Nel novembre dello stesso anno, Dell’Utri incontra altre due volte Mangano. Quando i giudici gli chiedono come mai avesse incontrato un mafioso pluricondannato che ha partecipato alle decisionei delle stragi, in qualità di “reggente” della famiglia di Porta Nuova. Marcello risponde che Mangano gli aveva parlato “dei suoi problemi di salute”.

Domanda: ma Dell’Utri non era laureato in Legge? Mistero….

mercoledì 14 ottobre 2009

Abbandono il blog per un po'..



Finchè non ritrovo la mia naturale regolarità, lascio il blog per un periodo abbastanza lungo dovuto a problemi quanto di natura economica quanto di salute.
Ai pochi che ancora mi seguono, prometto che non mancherò di seguire i vostri blog, e di parteciparvi.

Vi giuro che non vedo l'ora di iniziare a lavorare, di qui a poco, per potermi permettere qualche sfizio e quindi di stare meglio sotto ogni punto di vista, visto che si tratta più di depressione dovuta al livello di miseria a cui mi sto costringendo, più che ogni altra cosa..

Nel tempo libero, vedrò di trovare le forze per darmi alla lettura e allo studio, in modo da ritornare più forte di prima, promesso.

Un caro saluto a tutti, ci vediamo